Una riflessione, in prosa, scaturita da alcune delle mie ultime letture...
Ogni fotografia appartiene al passato, è un qualcosa che è già stato, che non era prima dello scatto e che non sarà mai più (grazie a Barthes per avermelo fatto notare). L'unica certezza è che il fotografo era là, parte di quel passato. Non si vede quasi mai il fotografo, fanno eccezione l'autoscatto (ma allora chi è che scatta?) e gli specchi (ma parafrasando un noto romanzo lo specchio è solo un eidolon), ma si ha la certezza che c'era, e che nella maggior parte dei casi ha materialmente premuto il pulsante. Ci sono tre tipi di fotografie:
le fotografie che non hai fatto, che sono la maggior parte, sono tutti quegli attimi che non hai fotografato, hai scelto di non fotografare, o che non hai potuto fotografare. Forse si può provare a contarli: ipotizzando un tempo medio di scatto di 1/125 di secondo ogni fotocamera non scatta circa 10 milioni di fotografie al giorno ! Di questi non scatti solo una piccolissima parte divengono scatti:
le fotografie che hai fatto, in maggioranza finiscono archiviate in scatole portanegativi o in hard disk in forma binaria, scampoli di passato che vengono degnati di un paio di occhiate al massimo. Ogni fotografo ha migliaia e migliaia di queste foto, sono ingombranti, pesanti, polverose. Raramente accade il miracolo, e una piccola parte di questi scatti dimenticati diventano patrimonio comune:
le fotografie che hai scelto, ovvero quel sottoinsieme di scatti che scegli di mostrare agli altri, quei frammenti di passato che hai deciso siano degni di essere portati al livello del presente. E qui accade il miracolo, perchè anche sottoforma di squallidi e sbiaditi simulacri bidimensionali e monomediali, questi oggetti riescono a trasmettere emozioni. Come sia possibile evocare, in un pezzetto di carta bianca macchiata di nero grande quanto un biglietto da visita, l'esistenza di un individuo morto cento anni fa, mai visto né conosciuto, oppure esplorare un luogo ormai dimenticato, è il grande mistero della fotografia.
E tutti questi scatti sono accomunati da una sinistra presenza, il fotografo, una sorta di profeta del passato, colui che ha il potere e la responsabilità di decidere cosa è importante e cosa è insignificante. Una fotografia è ciò che sta davanti alla fotocamera, dietro c'è il vuoto, un frammento di passato che non solo non è stato fotografato, ma che non è stato neppure non fotografato, né avrebbe potuto esserlo, perchè la macchina era puntata nella direzione opposta. Questo aspetto della fotografia mi ha sempre spaventato, il non poter sapere cosa c'era dietro alla macchina al momento dello scatto, il non poter definire questa presenza inquietante del fotografo, questa figura di cui si vede soltanto ciò che egli stesso vede, di cui non si sa neppure come era vestito, di che colore aveva i capelli, se era uomo o donna, bambino o anziano. Talvolta una fotografia sarebbe forse più interessante se la macchina fotografica al momento dello scatto fosse stata utilizzata a rovescio: avremmo potuto vedere l'occhio del fotografo, attento all'inquadratura, l'indice che preme il pulsante... ma, fortunatamente per noi fotografi, questo è soltanto uno sciocco paradosso, perchè così non esisterebbe più quella fotografia, e neppure avrebbe senso discutere su chi stava dietro a un'immagine che non esiste.
Un augurio a tutti i fotografi, che possiate sempre navigare nel vostro presente senza affogare nel vostro passato e senza dissolvervi in un futuro che non esiste ancora. Noi siamo ora.
giovedì 23 ottobre 2008
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